Storia di Marzo

– I –

Ci vuole una buona dose di coraggio o di sana temerarietà per visitare in Marzo Clare Island. Una piccola isola. Dieci miglia a largo delle coste della contea di Mayo nel nord-ovest d’Irlanda, affacciata sul tumultuoso oceano Atlantico. Amici irlandesi mi hanno riferito che l’isola è un posto selvaggio e originale, abitata da un manipolo di un centinaio di coraggiosi o pazzi, che sfidando l’isolamento e l’oceano, riescono a trovare di che vivere.

L’isola è collegata con il resto del mondo da un battellino postale, che due volte la settimana (maltempo permettendo) fa la spola con la terraferma. Qualche raro peschereccio di passaggio completa il magro quadro dei collegamenti. Ma tant’è che ho deciso di andarci, ed eccomi qua: l’unico passeggero sul molo ad attendere che il battello parta.

Il “postale” è (o almeno credo) un vecchio peschereccio riciclato alla buona. Dipinto malamente di un rosso sgargiante, spicca tra le poche imbarcazioni presenti sulla banchina. L’equipaggio è di due sole persone. Il comandante goffamente agghindato nella sua approssimativa uniforme, mi ricorda in maniera impressionante il Capitan Findus della pubblicità.

E’ quasi il tramonto, e il tondo profilo dell’isola è a malapena visibile, confuso all’orizzonte tra il grigio dell’oceano e i nuvoloni carichi di pioggia. Alle mie spalle, nel verde un cupo della primavera che si annuncia, un solitario raggio di sole riesce ad attraversare chissà come la coltre di nuvole. Come un riflettore da teatro, la luce inonda di colore una tortuosa stradina che s’inerpica per una collina, dove un gregge di pecore chiuse nel loro recinto, belando reclama il pasto serale.

Il battello trasporta come unico carico un gran numero di taniche di benzina e cherosene, e in un angolo buio una vecchia moto Honda arrugginita. L’odore dei carburanti si mischia con l’effluvio di pesce che ancora impregna le pareti del natante. La posta, nel suo regolamentare sacco, è al sicuro vicino al timone, su nella plancia.

Il novello capitan Findus dà subito l’impressione di essere un grande incosciente, vedendo il mozzicone ancora acceso, che con noncuranza butta tra le taniche di carburante. Allontanatici dal molo, si punta dritti verso l’isola, nel cupo tramonto velato da grosse nuvole, che riflettono sul mare appena increspato la poca luce dell’immenso cielo dell’atlantico.

Fino a metà del percorso, il mare si mantiene curiosamente placido, ma poi Eolo, o il suo omologo della mitologia celtica decide che è giunto il momento di iniziare le danze. Mi aggrappo incerto ad un corrimano che è nei pressi di un giubbotto di salvataggio, forse l’unico di tutto il natante, anche se credo che non si debba poi resistere molto nel freddo oceano. Un’altra mezz’ora di sofferenze e si arriva a destinazione. Con la faccia stravolta e lo stomaco in gola per la traversata, e con ancora l’odore di benzina nelle narici, saluto il capitano e il suo marinaio: nessuna risposta, i due semplicemente m’ignorano, chissà perché.

Nel buio, rotto solo dalla luce di un lampione, mi metto alla ricerca del B&B che avevo prenotato via telefono. L’isola è collegata con il resto del mondo via telefono. Vicino alla banchina vi è una vecchia cabina telefonica. Una di quelle molto simili ad una garitta militare costruite attorno agli anni 50′ in brutto cemento. Qualcuna resiste ancora in Irlanda. Chiaramente l’ancor più regolamentare scritta è bilingue: gaelico ed inglese. Per quanto riguarda la voce, il mondo esterno è li. Bastano solo pochi spiccioli. Il porticciolo, non è nient’altro che una piccola banchina. Tutt’intorno il nulla. Il nulla di piccole gobbe e declivi di terra, di muti monconi di pietra, che imbrattati dalla schiuma del mare, antichi come il vento sfidano l’oceano. Qualche casa bianca dal tetto d’ardesia, un trattore fermo con un carico di fieno nel rimorchio, e un cane dallo sguardo mesto sono il benvenuto per il solo visitatore di Clare Island in quella notte ventosa di Marzo.

Al tempo, ma dove sto andando a finire? La storia mi sfugge, e il ricordo fa il buffone dietro le spalle. Allo stesso modo le parole: distorte, beffarde; dolciumi volti a corrompere, come si compra l’affetto di un bambino con una caramella. Bella forza; ora ricordando so qualcosa in più di me. Com’è caldo e buono questo ricordo. Voglio sorseggiarlo adagio. Come è calda e buona, la vita.

Arrivo nel B&B, che è vicino all’unico Pub-drogheria-ufficio postale dell’isola. La chiave è nella toppa, chi mai oserebbe rubare qualcosa in queste contrade? Apro la porta. Una ventata d’aria calda m’assale. Il riscaldamento è su livelli tropicali. L’ingresso è ampio e bene illuminato. Su una specie di mobiletto tarlato, che deve aver visto tempi migliori, sono buttati alla rinfusa dei biglietti da visita e il registro degli ospiti. Sbircio tra le pagine: l’ultimo ospite è stato un anonimo Mr. Smith. Inglese di Bradford, nel luglio precedente. Il rumore dei miei passi deve avere allertato la padrona di casa che mi viene incontro con un sorriso smagliante e anche brillante, per via di due incisivi d’oro, forse un po’ troppo lunghi, che avrebbero fatto l’invidia del conte Dracula.

– Benvenuto a Clare – mi dice in un ottimo Inglese, Immagino che lei sia il signore Italiano che ha telefonato oggi.

– Si, naturalmente sono io – rispondo non sapendo bene cosa dire.

– Le ho riservato una delle due camere che ho di sopra, li è piu caldo. In camera sua passa la canna fumaria del caminetto che è meglio del termosifone – La donna mi fa strada, e mi mostra la camera e prima di congedarsi, mi invita non appena avrò finito le mie faccende giù in salotto per una tazza di te in compagnia sua e del marito.

La camera è larga e spaziosa e il bagno annesso è pulitissimo, nonostante l’odiosa moquette che come in tutte le case di stile anglosassone è persino lì dentro. La casa deve essere di costruzione recente, osservando le pareti in mattoni e non in pietra. Sbircio da dietro la finestra, ma tutto il panorama visibile è solo l’ombra di un grosso cespuglio a stento illuminato dalla luce proveniente dalla cucina al piano sottostante.

Decido di farmi una doccia calda. Almeno servirà a togliermi di dosso la puzza di carburanti e pesce marcio che ancora mi sento addosso. Cambiato d’abito e ripulito decido di accettare l’invito della signora, oltretutto alle sette di sera e al buio non vi sarà fuori molto da vedere. Entro nella “living room”, dove ad attendermi vi è una bella teiera di simil-quasi-argento sul solito basso tavolino di fianco al caminetto. Un vassoietto di biscottini completa il quadro dell’accoglienza. La sala è arredata con il consueto gusto di tutti i B&B annessi alle abitazioni. Un po’ pseudo-Vittoriano, un po’ moderno funzional-essenziale.

Fortunatamente il televisore è spento.

Nella sala non c’è nessuno. Mi siedo davanti alla teiera ed ecco che arrivano la padrona di casa e relativo consorte. Iniziamo a conversare, così per conoscerci. Sono due coniugi di mezza età, senza figli. Lui alleva pecore, ne ha più di cinquecento. Lei naturalmente è casalinga e si occupa delle quattro camere del B&B che durante l’estate accolgono i rari turisti che si avventurano in quest’isola. Ma tutto sommato economicamente non sembrano passarsela male.

– Devo essere l’unico viaggiatore sull’isola in quest’inverno – oso dire.

– Beh, mi dispiace deluderla, ma lei non è il solo. Ieri sera è arrivata qui una ragazza Tedesca, che però vive negli Stati Uniti. Alloggia nella camera di fronte alla sua. Ora dovrebbe essere su in camera – Mi dice sorridendo il marito. La vado a chiamare, magari gradirà una tazza di te caldo anche lei.

La notizia che non sono il solo ospite in quello sperduto lembo di terra mi incuriosisce ed infastidisce nello stesso tempo. Possibile che qualcun’altro abbia avuto la stessa mia idea e quasi nello stesso momento? Mi sembra quasi che qualcuno abbia profanato un pezzo della mia fantasia, del mio pensieroso vagare per le ventose coste dell’ovest d’Irlanda.

Restiamo un altro poco a chiacchierare, e poi arriva la misteriosa ospite. Sorridendo la signora l’invita al nostro tavolo: il te è ancora caldo, le dice come a rassicurarla che è la benvenuta. La misteriosa “turista” tedesca si avvicina e si presenta:

– Buonasera, io sono Nora.

– Nora come la protagonista di Casa di bambola di Ibsen? – Le chiedo sorridendole.

– Si, proprio come lei, mi fa piacere che qualcuno se né ricordi, conosci Ibsen?

– Qualcosa, più che altro l’ho scoperto indirettamente dopo avere ascoltato il Peer Gynt musicato da Grieg, poi da lì sono finito a casa di Bambola, ma non è che Ibsen mi affascini molto. Mi piace, ne apprezzo l’arte e i raffinati riferimenti, ma è molto, troppo lontano dalla mia sensibilità –

– I nomi si subiscono, ma il mio mi piace. Quando ho scoperto che Nora era un’eroina di un così famoso dramma, mi ha fatto molto piacere, ma tutto finisce qui –

La guardo. Mi sembra una faccia conosciuta. Ho la strana impressione, che sia un qualcuno di famiglia.

– Come mai anche tu sei finita qui su quest’isola in questo periodo?

– Non lo so, con precisione non te lo so dire. Mi piace l’Irlanda e la sua costa ovest. Ho un gran bisogno di rilassarmi e di cambiare aria, e qui di aria ne abbiamo in abbondanza… guarda che vento… – mi dice ridendo.

– Anche per me la stessa risposta. Ho sentito parlare di quest’isola e mi sono avventurato qui. Stop. Ho solo voglia di rivolgere lo sguardo ad un posto fuori dall’ordinario, e vedere che aria tira qui al confine d’Europa. Poi con calma una volta tornato a casa, tirerò fuori le mie considerazioni, i miei pensieri…

– E tu cosa fai di bello nella vita?

– Recito, sono un’attrice, o almeno pretendo d’esserlo. Non certo una grande attrice, ma ho anche fatto qualche film importante. Al momento riesco a passarmela abbastanza bene, ma non amo per niente Los Angeles dove vivo. Ho abitato a Parigi, e lì si che mi piaceva…

Mentre parlava la osservavo con molta attenzione in viso, e quell’impressione d’averla già vista mi ritornava. Ma non mi sovveniva nessun film a cui ricollegare il suo volto. Non oso chiederle a quale film ha partecipato. Mi sembrerebbe quasi di importunarla, di ricordarle il lavoro… Ma poi cosa me ne importa… famosa o sconosciuta, deve essere una persona un pò speciale, per arrivare in inverno in un posto quasi fuori dal mondo.

– Io invece sono un modesto artigiano, mi occupo di elettricità, sempre tra fili e marchingegni strani. Ma al contrario d’altri miei colleghi, sono contento di fare questo lavoro – le dico tutto d’un fiato

– E’ bello essere contenti di quello che si fa. Io non sono sicura che mi piaccia realmente recitare, e se lo faccio più o meno bene, ma oramai non so fare altro…

– Che ne diresti di uscire? Andiamo al pub a fare due chiacchiere?

– Ok, l’idea mi va, finiamo il te e andiamo.

Nel frattempo i padroni di casa si erano in silenzio allontanati, lasciandoci soli. Forse vedendo che avevamo immediatamente familiarizzato, si sentivano di troppo.

Una volta usciti dal B&B e a distanza di sicurezza per non essere uditi, Nora mi ferma e mi dice: senti, tra noi è inutile dirci altro, noi due dobbiamo essere della stessa “razza”. Non si può spiegare altrimenti il fatto che tutti e due siamo qui ai confini d’Europa in mezzo al vento in un umile B&B e non ai Caraibi o alle Maldive a rosolarci su una spiaggia. Mi riesce difficile esprimermi, ma ho come un’intuizione che mi dice che di te posso fidarmi, che è inutile farti premesse, ed è inutile spiegarti perchè sono qui. Tu sicuramente mi capisci. Credo che nessuno che conosco oserebbe visitare questi posti, e di questi tempi perdipiù. Qui non si arriva per caso, bisogna volerlo, e anche fortemente. Credo che siamo della stessa razza amico mio, o almeno lo saremo finchè rimaniamo qui, in mezzo alle pecore e ai pescatori di merluzzi.

Senza parole. Smarrito, intontito come un pugile al tappeto. Quello che Nora mi aveva detto, e il suo modo diretto di esprimersi mi avevano spiazzato. Mi aveva spiattellato in faccia senza perifrasi quello che pensava, quello che in quel momento le frullava in testa, che poi era esattamente anche quello che pensavo io. Solo che io non avrei mai osato dirlo cosi direttamente, dopo cinque minuti che conoscevo una persona. Forse per timidezza, forse per paura di sbagliare, ma mai l’avrei fatto. Ma Nora l’aveva fatto: non sapevo come e cosa risponderle.

Rimasi così imbambolato a guardarla, a guardare i suoi lunghi capelli biondo-castani volare, spinti dal vento che sapeva di mare. Ancora una volta quella sensazione. Il suo volto non mi era nuovo. Ma dove l’avevo vista era un mistero. Un volto rassicurante, di una bellezza serena, riflessiva forse. I suoi occhi, due intense gemme incastonate però in un profilo non propriamente greco, sembravano parlarmi. Bella, anche se la giacca a vento rossa che un poco goffamente indossava, mi impediva di indovinare le sue forme di donna.

– Allora, ti ho forse spaventato? Scusami se sono stata così esplicita, ma non sono capace di esprimermi diversamente. Almeno qui che sono lontana dallo stupido mondo di Los Angeles, lasciami dire quello che penso. Ti ho forse offeso? Ma credimi: non sono un’ipocrita, e non mi sto assolutamente prendendo gioco di te.

– No – risposi abbassando gli occhi, ancora intimidito da quello che avevo udito. Scusami tu, non sono abituato a questo modo di fare, ma credo che noi due abbiamo qualcosa e più in comune: nel pub staremo più comodi a chiacchierare. Avremo molte cose da raccontarci.

– OK, una sola raccomandazione. Io sono arrivata qui ieri sera e subito me ne sono andata al pub per bermi qualcosa di caldo. Una volta lì, sono stata presa di mira da alcuni avventori (pescatori, credo) che volevano per forza attaccare bottone. Ho resistito un po’, poi sono andata via e mi sono rifugiata nel B&B. La gente che frequenta il Pub non mi piace troppo, ma qui non c’è alternativa: questo è l’unico locale pubblico in tutta l’isola. Ti darebbe fastidio se entriamo nel pub sottobraccio, così penseranno che tu stia con me o qualcosa del genere e così non mi daranno fastidio, o almeno spero. Sembra che questi non abbiano mai visto una donna viaggiare da sola, e poverini forse è quasi vero. Allora ti va?

– Va bene, se questo è quello che vuoi, non mi dispiace affatto. Oltretutto, visto che dobbiamo spiattellarci in faccia quello che pensiamo, non mi dispiacerà per nulla entrare sottobraccio ad una ragazza carina e simpatica come te, anche se ti conosco solo da dieci minuti – le dissi sorridendo.

Ci incamminammo così verso il vicino pub, unico centro “sociale” di tutta l’isola. Entrammo sottobraccio quasi come i due fidanzatini di Peinet, ma forse non dovevamo essere molto credibili, perchè tutti immediatamente si girarono a guardarci. Prendemmo posto in un tavolino d’angolo, ancora sotto gli sguardi incuriositi dei presenti.

Mi alzai subito per andare al bancone ad ordinare due birre, e nell’attesa continuavo a scrutare il volto di Nora, confuso nel fumo delle mille sigarette degli avventori. Era la prima volta che potevo osservarla veramente. Questa donna mi incuriosiva.

Non pensavo che al mondo potessero esistere soggetti come lei, la conoscevo solo da dieci minuti, e come un ciclone, aveva demolito molte mie certezze. Il caso ci aveva messi sulla stessa strada. Una volta seduti di nuovo sul nostro tavolino e con davanti due pinte di birra Nora propose un brindisi: al destino. Al destino che ha spinto due “marziani” lo stesso giorno, su quest’isola ai confini del mondo.

Brindammo in silenzio.

Una pausa, prego. Ho esigenza di spiegarmi meglio, forse non l’ho fatto abbastanza. All’avventura e ai suoi imprevisti ho sempre attribuito la capacità di sana e salubre ginnastica mentale. Quanto benevolo può essere un batticuore, se ne assapori il ricordo teneramente. E’ un barare tutto sommato lecito, se non indispensabile per guarire da se stessi. Io scrivo per me. Dopotutto la mia mozione di ricordi è solo mia. Ma se quelle giornate mi piovono ancora oggi nella memoria, un fine velo d’argento le ricopre. Mi sembra certe volte d’invecchiare legandomi alla memoria, mentre il tempo passa inesorabile nel suo incedere.

– Allora amico mio, mi disse Nora sorridendomi, ti propongo una cosa: per tutto il tempo che staremo insieme su quest’isola o altrove, aboliamo il pensiero. Voglio dire, diciamoci in faccia tutto quel che pensiamo di noi o degli altri, senza remore. Ma riferiamoci al momento. Il passato forse sarebbe troppo lungo per chiunque da raccontare. Proviamo per un po’ a vivere il presente a carte scoperte. Tu mi sembri la persona adatta. Ti andrebbe ?

Rimasi ancora più imbarazzato di prima a guardarla. Poi alzando lo sguardo dalla mia pinta di Birra, risposi – Sì –

-Chi comincia? Disse lei con fare serioso.

– Comincia tu Nora, tu hai lanciato l’idea.

Così rimanemmo per quasi tutta la serata a parlare, senza badare agli sguardi incuriositi degli altri avventori, che dopo un poco incominciarono veramente ad ignorarci. Parlammo di tutto e di nulla, ma molto, forse troppo di noi stessi. Alla fine della serata si era creato fra di noi quel curioso senso di complicità che rassicura sull’interlocutore. Avevamo in poco tempo creato un piccolo retroterra tutto nostro, dove gli altri non erano ammessi. Sul piatto tutto quello che in quel momento realmente eravamo, e non quello che avremmo potuto o voluto essere.

Il giocare con i pensieri e i sentimenti a carte scoperte, da una strana e inusuale sensazione di leggerezza, di allegra nudità ma anche di smarrimento. Un qualcuno di cui fino a poco prima ignoravo l’esistenza, aveva con tanta facilità demolito quel muro di riservatezza che tutti abbiamo. Ma va da se che tutti e due giocavamo in un campo neutro. Tutti e due lontani dal normale divenire dei nostri giorni. Naufraghi volontari in un’isola battuta dal vento.

Di lei concretamente avevo saputo che adorava il silenzio, il rumore del vento, Brian Eno e gli U2. Che era fermamente convinta dell’esistenza degli angeli, e che usciva (a pezzi) da una lunga ed importante storia con un uomo che lei definiva un gran genio, che però come tutti i geni alla lunga non si può sopportare. Inoltre detestava le fragole e amava i grandi spazi liberi. Ovvero: come l’isola dove eravamo finiti. Mai mi era capitato di confessarmi con tanta sincerità. Le avevo anche io spiattellato in faccia tutto quello che pensavo di lei, senza perifrasi.

Era certamente una persona fuori dalle righe. Forse per questo mi interessava conoscerla. Mi affascinava, e nel contempo mi intimidiva. Catapultata chissà come sui miei passi, Nora aveva avuto la capacità di farmi abolire il pensiero, sostituendolo almeno per quella sera con la nuda e semplice parola.

Alla fine della serata, con gli occhi arrossati per il gran fumo del pub, alzandoci per tornare al B&B, lei disse: saresti più carino se ti tagliassi quella barba, non mi piacciono troppo gli uomini barbuti. Poi te lo volevo dire: mi interessi. Con questo non t’invito sotto le lenzuola del mio letto, ma devo dirti che non mi sei indifferente. Sembri il vecchio baule che era nella soffitta della casa di mia nonna. Disordinatamente pieno di tutto. Pieno di tante cose strane, inutili, ma curiose e belle. Salti d’argomento in argomento come una farfalla vaga sui fiori. Conosci le cose più assurde e lontane dalla tua vita. Parli di tutto e di tutti con la noncuranza e la dolcezza di un bambino. Il solo fatto che tu stia adesso qui è una cosa bella ma inutile, almeno per quella gran parte dell’umanità che preferisce viaggi organizzati ai tropici, con finta sorpresa e il voluto imprevisto nel prezzo. Per te l’essere qui è molto importante, o mi sbaglio?

Ho voglia di conoscerti meglio. Con questo che ti dico non farti strane idee in testa, andiamoci piano. Forse stiamo tutti e due assistendo alla nascita di un qualcosa, ma non so cosa ancora, precisamente.

– E tu cosa pensi realmente di me? Secondo te, perchè sono qui?

Domanda da un miliardo di dollari. Domanda con mille e nessuna risposta.

– Perchè penso che tu sia una persona realmente libera, forse tu hai lo stesso concetto mio della libertà. Ma realmente non riesco a pensare nulla, mi sembra di essere capitato in un set di un film, dove qualcuno mi ha tirato dentro per farmi recitare una parte che non conosco. Sono confuso – le dissi con lo sguardo basso – Te lo ho già detto prima, sei come un ciclone che sta passando. Al momento non posso che ripararmi, solo dopo potrò vedere quello che è rimasto in piedi o meno. L’unica cosa che ti posso dire, è che esteriormente sei carina, anche se dalla testa in giù non si nota troppo che sei una donna. Ma il freddo e il vento impongono questi abiti. Qui non è il caso qui di mettersi in abito da sera. Quindi mi vai bene così, anche impacchettata come un salame. Ti basta questo? – Dimenticavo, non mi piace il tuo trucco. Il rosso-arancio che hai sopra gli occhi ti sta male, distrae lo sguardo di chi ti guarda, invece di attirarlo. Non te lo vedo bene. Ti consiglio di togliertelo e di provare qualcosa di diverso, o nulla proprio. I tuoi occhi sono belli già così. Sorridendomi, Nora mi disse: stai attento, lo farò. Ma anche tu, tagliati la barba….

Rientrammo infreddoliti nel B&B e semplicemente ci salutammo con la promessa che il mattino seguente, tempo permettendo saremmo andati in giro alla scoperta dell’isola in bicicletta. Chi per primo si alzava, avrebbe svegliato l’altro.

Quella notte faticai molto prima di prendere sonno. Quel che mi era accaduto poco prima mi scorreva lento nella mente come un film al rallentatore. Non mi ero ancora bene reso conto di quello che mi era accaduto. Ma il pensiero di quello che sarebbe potuto accadere il giorno dopo, mi turbava. In ogni caso facevo molta fatica a realizzare che mi era accaduto qualcosa di straordinario.

Prima di cadere tra le braccia di Morfeo, cominciai a rimuginare sul personale concetto di libertà di Nora – l’essere umano è schiavo del lavoro. Ma per fortuna nella società postmoderna, alcune classi o alcuni singoli sono riusciti ad affrancarsi (alcuni almeno parzialmente) da questa schiavitù. La libertà viene prima di tutto, perchè la libertà è il respiro degli esseri umani, ogni giorno umiliati dall’eccesso di lavoro o dalla disoccupazione e assoggettati al mito del dio denaro. Non vi è bene materiale che possa sostituire il tempo della vita. Faccio l’attrice perchè è un lavoro che mi impegna solo per certi periodi e rende bene. Solo così posso vivere al massimo il mio tempo. Una vita, per quelli come noi può essere troppo poco. Bisognerebbe lavorare solo quanto basta per essere dei membri attivi della società, per non pesare sul resto dell’umanità – tutti gli esseri umani dovrebbero lavorare solo per un giorno alla settimana, quando possibile – negli altri sei giorni bisognerebbe vivere e scoprire, giocare e guardarsi negli occhi, cercare noi stessi e gli altri, cercare l’amore nel vivere…

Queste parole mi danzavano vorticosamente nella mente. Ero completamente d’accordo con lei, forse lo ero sempre stato, ma non me ne ero mai accorto. Dovevo proprio finire su Clare Island per rendermene conto? Per rendermi conto che nel mio piccolo (riuscendovi solo in parte) cercavo di applicare queste idee alla vita di tutti i giorni?

Lettore, perdonami se mi lascio prendere la mano, ma forse ne vale la pena. Non per te, benevolo mecenate dell’altrui batticuore, ma per me, che ti somministro questa pozione che trovo (io) di grande giovamento: la mia memoria.

– II –

Giorno seguente. Sveglia nella tarda alba del Nordeuropa, per godere a pieni polmoni dell’aria frizzante del mattino. Sulla soglia della finestra sono investito dal forte odore dell’oceano, e per strano che può sembrare mi sembra quasi di gioire di una immaginaria estate, vista la bella giornata di sole. Ma qui sull’atlantico, nel mese di Marzo è ancora inverno. Fuori, una solitaria gallina, svolazza affannata nel cortile, scappando da chissà cosa. Alle sette e mezzo il sole non è ancora alto sull’orizzonte.

Nel tentativo di anestetizzare tutto quel che era legato a ciò che mi era capitato la sera precedente, mi sorpresi a ricordare di un qualcosa che ritenevo innocuo: in definitiva cercavo un pretesto per non pensare. Ma così baravo, come bara il timido, che perso nel suo io più profondo, cerca il jolly che senza troppo sforzo gli consenta di rimanere in partita.

Una mia vecchia compagna di scuola, chissà adesso che fine avrà fatto …

Antonella, viso ovale e zigomi sporgenti. Grandi occhi scuri a mandorla, lunghi capelli neri maldestramente raccolti in una grossa treccia. Suo padre era professore nella stessa scuola che all’epoca frequentavamo, ma per (sua) fortuna non insegnava nella nostra classe. Una innevata vigilia di Natale andai a comprarle un regalo, il primo che abbia mai fatto ad un essere umano dell’altro sesso. Un vaso di vetro, neanche troppo bello ma con inciso il suo nome. Poi coraggiosamente andai a casa sua, una modesta casa popolare dove viveva con i genitori e i suoi fratelli. Era la prima volta che vedevo Antonella di pomeriggio. Per i compagni di scuola spesso mattino e pomeriggio erano due mondi diversi, e non comunicanti. Nel pomeriggio, complici i diversi interessi, le nostre vite si svolgevano in altro luoghi. Il comune appartenere alla stessa classe e scuola non erano motivo per frequentarci. Poi tra l’altro, eravamo esposti alle corrispondenti diffidenze di famiglia e di abitudini. Mettevo dunque piede in quel mondo ignoto e misterioso che era il pomeriggio di Antonella e la casa dei suoi. Perdipiù vi entravo bagnato come un pulcino per la neve che quel giorno cadeva copiosa. Ma il regalarle quell’inutile vaso, quel giorno, mi era sembrato irresistibilmente romantico. Il padre professore mi accolse benevolmente con un gran sorriso, e poi con mia grande sorpresa e senza darmi il tempo di reagire afferrò un asciugamano mi strofinò la testa per asciugarla dalla neve ormai scioltasi. Poi mi invitò a sedermi in salotto. Antonella era nella sua camera, e sentendo la mia voce arrivò. Con i capelli ancora scompigliati e l’aria stravolta per l’inaspettata asciugatura, senza dirle nulla le porsi il pacchetto con il dono. Senza attendere ulteriormente, salutai e scappai veloce da quella casa.

Non so se il dono fu più o meno gradito. Al ritorno in classe dalle vacanze Antonella mi ignorò, e così fu per tutto il resto dell’anno scolastico. Solo l’anno successivo mi rivolse nuovamente parola, ma con moderazione. Non osai mai chiederle se il mio vaso le fosse piaciuto o no – semplicemente non ne parlammo mai più.

L’aspro odore di salsedine portato dalla brezza marina mi fece rientrare nella realtà. Una cappa di nebbia allora mi si formò davanti agli occhi. La testa iniziò a tremarmi e le ginocchia si fecero improvvisamente deboli. Era come se una nube maligna discesa dal cielo, avesse ricoperto tutta l’isola. Poi tutta la terra, e con essa tutti i miei ricordi. Ma questa nube una volta dissoltasi sembrava aver portato via con se ogni cosa bella, lasciando un paesaggio deserto e senza vita.

Con il riaffiorare di un ricordo, avevo involontariamente scorticato quella patina che copre nella memoria quello che per convenienza o per paura vogliamo dimenticare. Rimaneva il problema di capire perchè questa memoria era riemersa. Era forse un avviso? O forse venti anni dopo ero nella stessa situazione?

Gli amori non corrisposti. Comodi: senza i sapori di cenere e fiele che accompagnano le vere passioni, sono facili da gestire. “L’amo, ma lei che cosa c’entra?”

Un rumore di voci si avvicina. Di donne, di uomini. Cantano, conversano allegri. Per gioco o per timidezza mi ritraggo dalla finestra, aspettando che passino. La comitiva va in cerca di alghe per fare il “Kelp”, una strana sostanza dall’aspetto vagamente vetroso, ricchissima di Iodio che si ottiene appunto bruciando in grossi mucchi le grandi e grasse alghe oceaniche Alghe molto simili a delle gigantesche carote, che la bassa marea sbatte impietosa sulle spiagge. Il kelp permette di integrare senza troppa fatica i magri redditi della pesca e dell’allevamento. Le industrie farmaceutiche Inglesi, un paio di volte l’anno, mandano dei “battelli-fattoria” per le isole del West-Ireland in cerca di questa sostanza, pagandola molto bene e in contanti.

Il gruppo è composto di persone molto alla buona, vestite semplicemente. Sorridono. Alcuni li avevo già osservati la sera precedente nel pub. Strada facendo cantano vecchie ballate tradizionali e discutono dei loro fatti di famiglia. Dal mio improvvisato nascondiglio li vedo percorrere per un tratto una stradina che passa poco distante. Con lo sguardo li seguo fino a quando non scompaiono oltre una curva, ma la brezza mi porta ancora per un poco le loro voci e i loro canti nella calma aria del mattino atlantico.

Decido infine di scendere giù per colazione, sperando in cuor mio che Nora non sia già uscita dalla camera. Un profumo di precarietà eccitava la mia fantasia. L’aver assaporato tranquillamente un momento così diverso della mia vita, rendeva scialbo e insignificante il pensiero che ero così lontano dal mio normale divenire dei giorni.

Lei era già di sotto, seduta al tavolino bene apparecchiato, persino con un mazzetto di fiori. A testa bassa era tutta intenta a addentare una fumante fetta di bacon della pantagruelica colazione che la padrona di casa aveva preparato. Osservare Nora, così tranquillamente presa nell’impresa di finire la sua colazione, mi faceva sentire a mio agio, quasi come a casa mia. Avevo quasi l’impressione che quel primo appuntamento mattutino fosse una nostra abitudine. Ma era la prima volta.

– Buongiorno.

– Buongiorno anche per te. Scusami se non ti ho bussato alla porta. Ti ho visto affacciato alla finestra assorto nei tuoi pensieri, e non mi andava di disturbarti. Sembravi come rapito dal paesaggio. Neanche hai fatto caso a me che passavo sotto la tua finestra.

– Si. In effetti, ero perso nei miei pensieri. Anzi, meditavo – Sono venuto fin qui anche per pensare. Viaggio anche per pensare a tutto quello che normalmente non vedo, pur avendolo sotto gli occhi. -Ti devo dire una cosa: anche tu da ieri sei entrata nell’affollato teatrino dei miei pensieri. Anzi, li hai scardinati e sparpagliati con la forza di un ciclone. Il risultato finale è che ho dormito a singhiozzo. Contenta? – Dissi ironico.

– Invece io ho dormito bene. Non credere che tu non abbia impegnato parte dei pensieri, anzi. Soltanto che tutto quello che ci è successo ieri sera mi ha tranquillizzato, non mi ha reso inquieta. E’ stato tutto così bello, mi ha rilassato. Vorrei vivere così tutta la mia vita così, allo scoperto. Purtroppo non è possibile. Ma almeno qui vediamo di vivere il momento per quello che realmente è. La signora del B&B ci affitta due biciclette per tutta la giornata, per dieci pounds. Il tempo è buono. Andiamo alla scoperta dell’isola. Ti va?

– Ok, finiamo la colazione e andiamo –

In silenzio finimmo di mangiare, guardandoci negli occhi per cercare in noi quella impalpabile sensazione di muta complicità che la sera prima ci aveva fatto sentire così vicini. Consumando la colazione, ascoltavamo distrattamente notizie dal mondo tramite la radio accesa nella sala attigua. Le notizie sembravano non avere più senso in quella remota scheggia d’Europa ai confini dell’Atlantico. Disastri aerei, crisi politiche, scandali, litigi dei reali Inglesi, ingorghi stradali e nevicate eccezionali perdevano il senso materiale dell’avvenimento in quella confortevole sala di una sperduta casa di Clare Island.

Dalla finestra della sala si vedeva buona parte dell’isola, e la costa della terraferma (anch’essa un’isola, anche se molto grande) era solo come un tratto di penna verde, spersa come era all’orizzonte del blu profondo dell’atlantico, quel giorno stranamente piatto.

Osservando il placido panorama che ci circondava, mi chiedevo come fosse possibile, che in quello stesso istante milioni di persone fossero inscatolate nelle loro macchine, nella vana ricerca di un parcheggio il più vicino possibile ai loro uffici? Roma, Milano, Parigi, Francoforte, la non troppo lontana Dublino, ma anche tanti piccoli centri dovevano essere in quel momento tutto un ribollire di scappamenti e di umani assonnati, quasi sempre di pessimo umore che andavano a rintanarsi in fabbriche, uffici e affini per produrre l’inesistente, ma tutto sommato rassicurante benessere fatto di prodotti a buon mercato e settimane bianche tutto-tutto-compreso.

Tutti teoricamente lo disprezzano e lo aborriscono, ma lo stipendio assicurato tutti i mesi e la tredicesima a Natale lo rendono ai più appetibile. Quanti “Fantozzi, consci del loro stato, in quel momento iniziavano il loro incubo quotidiano? Perchè invece non guardare alla allegra combriccola in cerca di alghe che poco prima mi aveva tanto interessato?

Sorridevano e cantavano… Ma chi mai sorride al mattino prima andare al lavoro?

Ma perchè mai quei semplici individui, un mix disarmonico di fasci muscolari e istinto, abbrutiti dalla dura vita e dall’isolamento, naufraghi su quello sperduto lembo di terra, sorridevano e cantavano? Anche loro, purtroppo bombardati e raggiunti dalla televisione, sicuramente sognano o vorrebbero sognare una settimana bianca tutto-tutto-compreso e l’ultima novità della BMW. Ma perchè mai sorridono? Eppure hanno ben poco di che sorridere in un’isola che non offre niente o quasi.

Lettore, non è che io ti voglia lasciare qui, ci mancherebbe altro. So molto bene d’essere su questa terra un debitore moroso, e così tento di saldare quel che devo con trite parole. Ma mi accorgo anche che questi solfeggi interposti non sono il meglio per farmi guarire. Ma cosa altro dovrei fare? Aspettare un giorno felice per narrare di un giorno felice? Ma chi lo fa mai?

Finita la colazione, uscimmo subito ad inforcare le biciclette. Il sole splendente e la bella aria frizzante, invitavano all’esplorazione delle stradine sterrate di quel remoto lembo di terra. Imboccammo subito quella che sembrava girare tutt’intorno all’isola, e da lì incominciò la nostra lenta esplorazione. Per un paio d’ore gironzolammo senza meta, perdendoci fra prati e pecore, ubriachi di sole e d’oceano. Ci intendendoci solo con lo sguardo. Il silenzio tra noi era assoluto, per non perdere una sola nota della colonna sonora che il vento, il mare, le pecore e i tanti uccelli presenti ovunque ci offrivano. Tra una pedalata e un’altra mi sorprendevo a guardare Nora. Ma quasi di soppiatto. Speravo che non mi notasse, per avere la gioia di potermi finalmente spiegare il misterioso qualcosa che illuminava i suoi occhi. Era bello vagare, smarriti nello strano sole accecante del Nordeuropa, a me sconosciuto.

Anche lei di tanto in tanto si girava per guardarmi. Mi sorrideva, felice forse.

Clare Island al suo interno non aveva molto da offrire. Verdi declivi, tante pecore, qualche coniglio selvatico con la tana nascosta fra i cespugli d’erica. Il verde qui non ha grandi ambizioni come nel resto d’Irlanda. Grandi ondulazioni tagliano in più punti le colline dell’isola, come delle lunghissime dune separate a distanza l’una dall’altra. La costa invece era varia e sorprendente. In alcuni tratti sabbiosa con larghe spiagge, e pochi passi più avanti selvaggia e rocciosa con piccole calette dove gli uccelli, rumoreggianti inquilini dei vari anfratti, contendono all’oceano il primato del fragore.

Ci fermammo un poco nei pressi di una di queste calette ad osservare il traffico dei chiassosi pennuti. Con circospezione ci avvicinammo fin dove era possibile arrivare con le biciclette. I “Puffins”, in Italiano “Pulcinella di mare”, sono in assoluto i volatili più numerosi sull’isola. Volano e rivolano nel calmo mare della caletta, saettando a capofitto per pescare qualche pesciolino che poi con un’ultima piroetta riportano al nido. Molti di questi uccelli ostentano di fronte a noi umani invasori una specie di altera bravura, compiendo le più strane evoluzioni fino a che li si osserva. Ma come consumati attori, ritornano poi veloci alle loro rupi quando gli sguardi sono altrove. Meravigliosamente aggraziati, alcuni ricamano nell’aria volteggi degni dei migliori piloti acrobatici. Ma senza mai battere le ali, garrendo a piena voce, quasi come a compiacersi della loro grande abilità.

Avevamo già percorso qualche chilometro, quando ecco che sulla stradina fino ad allora deserta, vediamo arrivare dalla direzione opposta un uomo, anche lui in bicicletta. Non appena a portata di vista, inizia a salutarci con ampi gesti della mano. Era anche lui uno degli avventori che la sera prima avevo osservato al pub. Arrivatigli vicino ci fermammo per ricambiare il suo saluto. Anche lui un allevatore di pecore. E noi ignari, stavamo invadendo i suoi pascoli. Naturalmente sapeva già tutto o quasi di noi. Due viaggiatori, d’inverno sull’isola, dovevano essere l’avvenimento del momento. Ci fosse stato un quotidiano dell’isola, sicuramente avremmo avuto l’onore della prima pagina per una settimana di fila. L’uomo non sembrava affatto sorpreso di vederci e ostentava un gran sorriso che sembrava essere sincero.

Ci fermammo così a discutere del più e del meno, e poi rapiti dalla sua oratoria e dall’incredibile (per un pastore poi) proprietà di linguaggio, ci sedemmo come scolaretti su una grossa pietra ad ascoltarlo. S’aveva quasi l’impressione che fosse un qualcuno capitato lì per sbaglio, visti i suoi modi affabili e l’eloquio torrenziale. Dimostrava di avere una buona cultura e aveva l’aria di uno che la sapeva molto lunga, nonostante la giovane età.

Séan, questo il suo nome, trenta anni o poco più. A tutti gli effetti parte integrante del paesaggio. Vestito come ci si aspetta che sia vestito un pastore Irlandese, con i suoi calzoni di fustagno verde e la sua giacca di velluto color ocra, si mimetizzava perfettamente con l’ambiente circostante. L’immancabile coppola in tweed completava la sua “uniforme”. Séan aveva una gran voglia di far due chiacchiere, e al contrario dei pecorai nostrani, era dotato di una grande comunicativa. E come quasi tutti gli Irlandesi, aveva una grandissima riserva di storie e leggende da raccontare.

– Bella nazione l’Italia, anche se non ci sono mai stato! – Diceva ogni tanto. Invece la Germania sembrava lasciarlo indifferente. Forse lì invece c’era stato?

– Bella nazione l’Italia, anche se non ci sono mai stato …. ripeteva.

Ora vorrei raccontarvi una storia che giuro sul mio onore e sulle ossa di mio nonno essere assolutamente vera:

“Al congresso di Vienna i plenipotenziari delle grandi e piccole potenze avevano avuto un compito ben difficile. Era in gioco il rischio di una guerra o la pace. Argomentazioni e controargomentazioni erano tutto quello che i diplomatici erano capaci di fare. Ma l’accordo non si trovava. La prospettiva di un’altra inutile guerra sembrava la cosa più probabile. Ad un certo punto i maggiordomi e la servitù presenti all’importante consesso ebbero un’idea: decisero di chiudere le porte della sala a chiave ed avvisarono gli onorevoli partecipanti che non sarebbero state riaperte, e loro non sarebbero stati rilasciati finchè non avessero trovato un accordo.

Tuoni e minacce vennero dalla sala, ma i domestici tennero duro. Dopo otto ore di vana attesa, dalla sala una voce giunse: “Abbiamo bisogno di tempo per trovare un accordo”, nel frattempo liberateci, e saremo clementi con voi, gridarono i plenipotenziari attraverso il buco della serratura a quelli che fuori li aspettavano. “Usate tutti i mezzi che avete a disposizione lì dentro” ma trovate un accordo – fu il laconico messaggio di risposta strillato attraverso il solito buco della serratura. Così molte ore dopo, i negoziatori (per fortuna tutti uomini) mantenendosi la pancia, e uniti dal comune bisogno di “idrica umanità”, si riunirono tutti attorno all’unico vaso disponibile e lì dentro fecero tutti insieme i loro bisogni. Dopodichè, forse a causa del ritrovato e comune senso di appartenenza alla specie umana, e tra l’ilarità generale un accordo fu velocemente trovato, e così l’Europa per qualche anno si salvò da ulteriori guerre”.

Rimanemmo ancora ad ascoltare le strambe storie di Séan e a chiacchierare. Poi prima di congedarci Sèan aggiunse: – Anche Gesù Cristo, come me, era uno che raccontava molte storie. Lui però le chiamava parabole…

L’arte di coinvolgere uno del tutto estraneo in una conversazione è una nella quale gli Irlandesi sono degli indiscussi maestri. Forse dipenderà dall’inflessione di voce o da un particolare tipo di sorriso, ma nel raccontare le sue storie Sèan aveva un qualcosa di intrigante, di magnetico che non poteva lasciare indifferenti.

Il nostro amico pastore, era un perfetto rappresentante dell’umorismo bizzarramente primitivo e talvolta rude, che sembra essere così comune in tutta la costa dell’ovest Irlandese. Forse un uomo deve avere di se un senso d’intima miseria, a noi continentali misteriosa, prima di arrivare a sbeffeggiare l’umanità in questo modo. Questi uomini dalla fronte un po sfuggente, dagli zigomi marcati e dallo sguardo tranquillo, sembrano rappresentare un qualche vecchio tipo di umano, a torto creduto estinto, trovato invece disperso qui all’estremo confine d’Europa, dove soltanto con la semplice e facile risata un uomo può esprimere il senso estremo della sua solitudine e della desolazione. Così come era arrivato, Séan si congedò da noi. Semplicemente, con un gesto della mano.

Restammo seduti sulla pietra a guardarlo, finchè la lunga ombra della sua bicicletta non scomparve dietro una curva. Il sole, ormai alto sull’orizzonte, lanciava nell’acqua dell’atlantico degli strani bagliori di un indefinibile colore rosso-brillante, come non ne avevo mai visti. Per l’ennesima volta in quel luminoso mattino mi ritrovai a guardare in viso Nora e solo in quel momento mi accorsi che non aveva il trucco della sera prima al pub. Aveva seguito il mio consiglio.

Io invece avevo ancora la mia barba. Ma come avrei potuta tagliarmela, visto che non avevo neanche con me un rasoio?

In realtà il pensiero di radermi, quel mattino non mi aveva neanche sfiorato. Non mi ero assolutamente ricordato di quello che ci eravamo detti la sera prima. Eppure lei si era tolta il suo trucco. Aveva accettato il mio suggerimento. Mi sentivo in colpa.

– Vedo che ti sei tolta il trucco che avevi ieri sera, come ti ho consigliato io – furono le prime parole che le rivolsi direttamente da quando eravamo usciti a pedalare.

– Certo, te lo avevo detto… speravo ti piacesse, ma non lo hai neanche notato, sei proprio in altro mondo. Tu invece la tua barba… è ancora lì. Ma non lo hai un rasoio?

– No, non l’ho qui con me. Ma in realtà non mi sono neanche ricordato di quello che ieri sera ci eravamo detti. Mi sento in colpa, mi sembra di averti fatto un torto, di non averti ascoltata, di avere contravvenuto al nostro patto di ieri sera, ma non è così. Forse ti sarà difficile crederlo, ma assorbi una così grande parte dei miei pensieri che i dettagli esteriori incominciano a perdere di importanza.

-Non mi dire che per tutta la mattinata, e per le strade che abbiamo percorso hai pensato solo a me?

– Quasi. Come una marea, che a poco a poco invade la spiaggia, hai invaso la mia mente. L’hai inondata. Ieri sera mi hai rivoltato come un guanto, hai tirato fuori da me quello che mai pensavo potesse uscire allo scoperto. Non mi era capitato mai.

– In realtà non ti sei aperto di più del normale. Sei semplicemente stato te stesso, come realmente sei, senza filtri o maschere, basta. Stiamo giocando a carte scoperte una parentesi delle nostre vite. Nessuno qui vince o perde, ma assolutamente non si deve barare.

– Quando parlo con te ho la sensazione che tu sia come un qualcosa o un qualcuno di famiglia. Lo stare in tua compagnia mi da una indicibile sensazione di leggerezza, di completezza. E’quasi la stessa rassicurante sensazione che provo quando arrivo a casa e infilo le mie ciabatte. Non mi è mai capitato di provare questo tipo di sensazione verso una persona. E’ una sensazione ben differente da quella che si prova quando si è innamorati di qualcuno. E’ qualcosa di molto più complesso, e che mi fa un poco paura. E’ un qualcosa di incredibilmente razionale, ma prodotto dalla parte che più ho irrazionale di me stesso: il mio istinto. La faccio breve: ho semplicemente voglia di starti vicino. E’ irrazionale dire questo a qualcuno che conosco da meno di ventiquattro ore, ma è così. Ti basta questo?

– Tu invece mi dai l’impressione di essere un alieno. Ti ho proposto un gioco assurdo, folle, in cui tutti e due potremmo uscirne, e forse ne usciremo con le ossa rotte, e tu tranquillo e placido ci sei stato. E così, come se per te fosse una cosa normale, incominci a dire a qualcuno che non conosci che il suo trucco non ti piace.

Poi come in un’intervista, le dici che più o meno la trovi carina e diversa dal resto del mondo, e anzi, che gli fai un certo effetto. Anzi, sei ancora più preciso: placidamente dichiari che in futuro la cosa potrebbe crescere. Ma riesci a renderti conto che stiamo facendo una specie di telecronaca in diretta del crescendo dei nostri sentimenti… è pazzesco! Eppure, anche io sto a questo gioco assurdo. Ma tutto è assurdo.

L’ultimo sconosciuto di questo mondo, piomba non si sa come sulla mia strada, e inizia a rivoltare tutte le mie certezze. Lui mi dice che gli piaccio, io gli rispondo che il fatto è reciproco, ma di andarci piano. Lui non ha fretta. Così tutti e due, in attesa degli eventi rimangono qui come due matti, seduti su un sasso a guardare un pecoraio raccontafrottole che se ne va in bicicletta.

– Tu hai proposto questo gioco. Io ho semplicemente accettato…

– Sì, è vero. E’ forse colpa mia, io ho acceso il fuoco. Ma te lo ripeto, non mi dispiaci affatto. Hai messo in movimento qualcosa dentro di me. Il mio istinto ora mi direbbe di lasciarmi andare, ma ho paura. Paura di soffrire. Voglio attendere un poco, tutto sta andando troppo di fretta. Non riesco più a capirci nulla.

Da me che ti propongo di abolire il pensiero, al posto dove ci troviamo, alla “telecronaca”… Vuoi sapere quello che ora mi sta passando per la mente?

Mi piaci. Sei sgraziato come un anatroccolo, irrazionale come un mulo, con la testa per aria, ma mi piaci proprio per questo. Vuoi sapere anche il resto? No?

Te lo dico lo stesso: la tua barba incomincia a piacermi. Già la tua barba… Ho sempre detestato gli uomini con la barba, ed ora per la prima volta, quello sporco mucchio di peli che copre il viso di qualcuno, mi piace!

– E tu cosa mi dici?

– Nulla, mi piaci e basta. Così, come sei ora. Compreso quel sacco rosso che tu chiami giacca a vento, e che copre quello che ti fa riconoscere donna. Riesci ad essere femminile anche affogata nella plastica rossa. Non è da tutti.

-Vuoi dire che anche se sembro un maschiaccio, così conciata, mi vedi come donna attraente?

– Certo che si. Sei una donna, una donna completa nel reale termine della parola, e in questo momento mi sento attratto da te. Ma da te tutta, corpo anima e idee.

– Siamo impazziti, siamo tutte e due impazziti…Questo gioco è folle. Te la senti ancora di continuare?

– Certo che si. Vediamo dove andiamo a finire …

– Ok. Vediamo dove andiamo a finire…

– Ti ho osservato quando chiacchieravi con il pecoraio. Sembrava che voi due foste da sempre amici. Non so come tu faccia. Dai troppa fiducia agli estranei. Forse sei un candido, o forse un ingenuo, se non tutti e due, mi disse ridendo.

– Mi piace essere sempre disponibile con gli altri, ma gli altri non sempre ricambiano. Spesso non meritano la mia disponibilità. In tanti partono bene, poi d’improvviso abbassano la saracinesca. “Chiuso per ferie”. Fine della presunta disponibilità. Grazie per tutto, ci rivediamo solo quando ci occorrerai per qualcosa che ci serve ….. sono in tanti così.

– Un vecchio proverbio Irlandese dice: “Un estraneo è un amico che non ancora conosci”. E poi, se qualcuno mi parla, avrà ben qualcosa da dire, quindi ascoltiamolo. Oppure no? Piuttosto, mentre io e Séan discutevamo, te nei sei stata quasi in disparte. Perchè ti sei tenuta al margine della discussione, non ti manca poi la dialettica…

– Era più bello ascoltarvi. Non mi andava di rompere l’incantesimo, forse sarei stata di troppo nella discussione. Quando vi ascoltavo parlare di fatti di cui in realtà non vi dovrebbe importare nulla, era per me come una musica. Due umani, completamente estranei, capitati per puro caso di fronte l’un l’altro che scambiavano opinioni nella massima libertà. Vi intendevate, sembravate due musicisti bene affiatati.

Rimanemmo seduti sulla pietra un’altra mezz’ora per parlare di noi a ruota libera. Provavo un gusto incredibile a parlare di quello che al momento la testa mi suggeriva. Di quanto lei, pur impacciata nella sua giacca a vento, mi piacesse. Di quanto mi piaceva ascoltare le sue storie, le sue esperienze, e di quanto ammiravo il suo essere.

Ma la sua tardiva pantomima di reticenza, la sua esplosione di poco prima, mi faceva sorridere. Me ne vergognai, credendo che lei pensasse che la prendessi in giro. Ma tornata in viso placida, continuò a sorridermi. Era abbastanza. Era sempre più bello parlare con lei. Era bello poterla guardare negli occhi senza né un tremito né rimorso. Era evidente nell’atteggiamento di Nora il desiderio di farsi perdonare del piccolo sfogo di poco prima. Ma questa volta, memore del nostro patto le feci notare la cosa. Mi rispose semplicemente di si, che avevo ragione. Così inforcammo nuovamente le biciclette, e in silenzio ripartimmo lesti per completare il nostro periplo dell’isola. Continuai così a seguirla alla cieca, lungo gli stretti e rapidi rettifili dell’isola, senza altre emozioni, se non quella dei suoi sguardi per vedere se ero ancora dietro di lei. Di tanto in tanto ci fermavamo a sorridere e per riprendere fiato. Quando il sole, cambiando gradualmente di colore, incominciò ad abbassarsi all’orizzonte, decidemmo che era il momento di rientrare.

Che devo dirti più, lettore? Sarà una coincidenza, ma in quei giorni mi sentivo meglio. Ed ora, ingrato al mio destino, da qualche tempo non ci penso più o quasi. Del sogno, la medicina che spesso mi giova, il ricordo mi sfugge. Ma la mano non sempre è pronta nel ghermirlo per bloccarlo al guanciale… bella forza; ricordando so qualcosa in piu’ di me.

Com’è buono questo ricordo. Voglio centellinarlo adagio. Come può esser calda e bella, la vita.

– 3 –

Quella specie di fiera innocenza dell’isola, quel palesarsi senza veli agli occhi del forestiero, che all’inizio mi aveva in qualche modo rallegrato, ora mi rendeva ansioso. D’improvviso mi ero come svegliato, ma da cosa? Da un sogno forse? O non piuttosto da un cupo rombo di un cannone mascherato da tuono? Ma il sogno della sorpresa, il sogno che ho fatto questa notte, quello rimbomba nella testa: incrociavo sui miei passi un’attrice di teatro e la cacciavo in malo modo perchè mi aveva detto un qualcosa di falso, di calunnioso. La cacciavo via con violenza inaudita (per me, almeno)…

Che fosse l’angoscia per quello che mi stava accadendo? Oppure un invito a dire di più ancora? Eppure nonostante il turbamento provocatomi dal ciclone “Nora”, mi sorprendevo sempre più spesso a meditare sopra gli strani “umani” che popolano l’isola.

Come possono essere diversi gli uomini: così leggeri, così pesanti. Così raffinati, così grossolani. Così volgari, così degni nei loro abiti. Così per tutti, così ovunque. Anche qui, nel dimenticato microcosmo di Clare Island.

Ma pur se preso e stritolato mio malgrado nel vortice degli avvenimenti, nei pochi attimi in cui mi rendevo realmente conto di quel che mi stava accadendo, ero ben conscio di vivere uno di quei rari giorni che non trascorrono anonimi o banali, come le migliaia d’altri che patiamo. Il mio peregrinare aveva un senso. Quel giorno così trascorso me ne aveva ridato il senso. Accorgersene è cosa semplice: basta chiamare il proprio nome e vedere che le parole fluttuano perse intorno al corpo, ma non vi si insediano. A quel punto, per non rompere l’incantesimo è meglio tacere, almeno con se stessi e stare a guardare. Lasciarsi trascinare dagli eventi.

Sulla strada del ritorno incrociammo un funerale. Per rispetto, o per stolta curiosità ci accodammo. Così anche noi dietro il piccolo corteo, ma ad una certa distanza, per non intrometterci più di tanto in una questione che vista la scarsa popolazione dell’isola era quasi “di famiglia”. La mesta teoria d’uomini e donne, silenziosa si snodava in fila indiana su per una stradina immersa nel verde dei prati in direzione del cimitero. Il gruppetto d’uomini e donne, tutti in nero, silenzioso e compatto, era come una macchia scura che strideva con il terso cielo azzurro dell’ora del tramonto.

Li seguimmo in silenzio e con lo sguardo basso fino all’ingresso del cimitero, un fazzoletto di terra, dove croci celtiche e lapidi in pietra nera segnano il luogo di riposo degli isolani defunti. Poi per non sentirci di troppo, ritornammo indietro per la nostra strada, lasciandoli soli con il loro muto dolore.

Solitamente a queste feste della morte che punta i piedi per vincere io non partecipo. Guardo tutto come se (e qui proprio lo è) mi fosse estraneo e provo una desolata pace. Non ho alcuna voglia di morire, si capisce, ma sull’atlantico si muore anche nei giorni di sole.

Appena rientrati nel B&B, trovammo la padrona di casa con il viso incollato dietro al vetro della porta d’ingresso. Con l’aria preoccupata di una mamma apprensiva, ci comunicò che le previsioni del tempo non volgevano per niente al bello: era atteso da lì a poco un mezzo uragano o qualcosa del genere, ed era seriamente preoccupata per noi che ancora non eravamo rientrati. Ma sollevata dal saperci al sicuro, la donna ci invitò a bere una tazza di te.

Il maltempo non è in quelle contrade una esclusiva faccenda dei locali. Ma poco democraticamente danneggia più il malcapitato forestiero, che perde la possibilità di tornare (fuggire?) sulla terraferma, che il nativo, che al limite si barrica in casa. Con buona pace delle pecore che si arrangiano da sole.

Con il te non ancora nelle tazze, ci accomodammo nella sala grande. Nel caminetto ardeva un bel fuoco di torba che profumava l’ambiente. Da dietro la grande finestra aperta verso la costa, si incominciava ad osservare il fronte del temporale, che rapidissimo stava raggiungendo l’isola, ingoiando quel poco ancora di luce e sole che rimaneva nel cielo tinto di rosso dal tramonto.

Le nubi, serrate e compatte come legionari di una falange romana all’attacco, minacciose e cupe avanzavano dal mare. Come mosso da una ciclopica mano, il mare, fino ad allora calmo e piatto come il laghetto di un parco, di colpo si increspò. Un altro minuto, ed era già burrasca. Tuoni e fulmini, rapidi e saettanti come solo nei film di terz’ordine sono, incominciarono a cadere sull’isola punteggiando le verdi colline di sinistri bagliori. Ad ogni tuono tremavano le mura della casa.

Le barche lasciate ormeggiate nel molo sottostante, iniziarono ad essere sbattute con forza contro la banchina. Ma ancora non cadeva una goccia d’acqua. Il vento sibilando e turbinando incominciava a spazzare tutto quel poco che vi era fuori. Alberi, cartacce, bottiglie di birra dimenticate la sera precedente. In pochi attimi la biancheria di una casa lì vicina, dimenticata dall’incauta massaia, spezzò l’ormeggio della corda stesa nel cortile, e prese rapida la via del mare. Con fragore, una bottiglia si infranse con violenza contro un muro, andando in pezzi. Andò avanti così per qualche minuto.

Fu proprio quando arrivò la signora, armata del vassoio in vero-finto argento con la teiera fumante e gli indispensabili pasticcini da supermercato, che iniziò a piovere. Prima poche e grandi gocce sparse, come il maldestro tiro di assaggio di un artigliere inesperto, poi il diluvio. O forse qualcosa che gli somigliava molto. Osservare quel putiferio, placidamente seduti in salotto e sorseggiando una tazza di te, faceva sentire stupidamente forti. Eravamo come distaccati da quello che avveniva fuori. In effetti, tra noi e l’esterno non vi era che una lastra di vetro e pochi centimetri di muro, anche se robusti.

Ma più disarmante di tutto era l’atteggiamento della padrona di casa. Forse avvezza ai temporali atlantici, o insensibile allo spettacolo dello scatenarsi della natura, con noncuranza continuava ad assistere in televisione ad una stupidissima soap opera trasmessa via satellite da chissà quale altro angolo del pianeta. Evidentemente l’antenna a parabola era ben sistemata e non temeva il vento.

Eravamo lì, io e Nora impietriti e senza parole. Ma cosa altro vi era da dire? E intanto quietamente continuavamo ad osservare lo spettacolo della natura all’attacco, all’attacco di Clare Island. Seduto comodamente in poltrona alternavo la visione del temporale a qualche sguardo in direzione di Nora. Anche lei presa, o forse intimorita da tanto dispiegamento di forze da parte della natura, mi ricambiava sorridendomi. Non avevo mai visto in vita mia un così repentino cambiamento di tempo, e pur ben conoscevo l’assurda mutevolezza del clima Irlandese.

Così non ci restava altro che assistere allo spettacolo. Niente biglietto, niente posti prenotati, niente file. La natura offre la sua rappresentazione a tutti indistintamente. Ingresso omaggio per posti in prima fila.

Il diluvio, degno di essere trascritto in qualche pagina di Conrad, durò poco, dieci minuti o giù di lì. Poi il silenzio. Una tregua, forse. Un silenzio irreale, rotto solo dalla cinguettante voce di una stupida attrice che veniva dal televisore.

Pochi minuti ancora e poi il vento si alzò di nuovo; fine della tregua. Il vento: il vento dell’atlantico. Forte, fortissimo, minaccioso ed ululante, ma senza pioggia. I fulmini ricominciarono a cadere, i tuoni rimbombavano più fragorosi che mai.

La seconda ondata: solo vento, tuoni e fulmini. Uno scenario degno di un film dell’orrore. Per completare il quadro mancava solo l’immancabile tetro figuro che nascosto nel suo impermeabile bussa alla porta proprio durante la tempesta. Ed invece in pochi minuti la pioggia che poco prima era caduta, fu asciugata rapidamente, e non ve ne fu più traccia se non in una pozzanghera che il vento faceva somigliare ad un piccolo mare in tempesta, con tanto di onde e risacca.

Impressionati dallo spettacolo, e forse contagiati dalla noncuranza con cui la padrona di casa continuava le sue normali attività, Nora ed io sorbivamo tranquilli le nostre tazze di te. Adesso Nora pareva essere pensierosa. Quell’espressione positiva, quel viso rilassato che mi aveva colpito fin dal primo attimo che l’avevo conosciuta, sembrava essere svanito. Nel suo viso notai allora qualche ruga, o qualcosa del genere che ne alterava i lineamenti. Non era una ruga frutto dell’età, ma piuttosto qualcosa che sembrava venire da dentro, e che trovava così maniera di palesarsi.

Ma sembrava che questo cambiamento fosse causato dal temporale. Quel putiferio non sembrava poi turbarla più di tanto. Nel suo volto leggevo che qualcosa la rodeva. Ma nonostante quello che prima ci eravamo promessi, vigliaccamente non le chiesi il motivo del suo cruccio.

A volte il silenzio parla, talvolta grida disperato e addirittura ferisce. Ma in qualche caso il silenzio è semplicemente pensare, meditare forse.

Meditare e bere tranquillamente il te nell’irreale silenzio della casa. Tranquillo mi sperdo, o ci sperdiamo in questi pensieri. Forse con Nora domani torneremo in giro per l’isola e poi ancora nel pub per farci osservare dai nativi come dai noi si va allo zoo per vedere le scimmie. Ma da che parte della gabbia saremo?

Rimanemmo così fermi a guardare ed a guardarci per una mezz’ora. In un’altra occasione sarebbe stato noioso osservare un temporale. Ma chiusi in quella specie di astronave spersa ai margini dell’oceano che in quel momento era il nostro B&B, non potevamo fare altro. Ma lo spettacolo che fuori si continuava a rappresentare, era troppo imponente nella sua violenza per poterlo tralasciare. Invece che commentarlo, preferivamo guardarci negli occhi di tanto in tanto per scambiarci quei sorrisi, e quei piccoli cenni d’intesa che tanto ci rassicuravano. In realtà, questo era tutto quello che in quel momento tutti e due volevamo. Quando finimmo le nostre tazze di te fu Nora che decise di rompere il silenzio.

– Che facciamo ora? Continuiamo a seguire il Film ” Tempesta su Clare Island”? O coraggiosamente entriamo sul set, vale a dire ci infiliamo nel pub per vedere come i nativi reagiscono ad una tempesta del genere, sempre che riusciamo ad arrivare lì?

– Non so, ma mi sembra che arrivare al pub sarà difficile, o al limite rischioso con questo vento. Poi lì fuori non si vede anima viva –

– E allora passeremo tutta la serata qui in salotto. Magari ce ne andiamo di fronte al televisore per gustarci anche noi una bella puntata di soap opera? Disse ironica.

– E cosa altro vuoi fare? Magari andare prima dal Mc Donalds dietro l’angolo di casa a mangiare un Cheeseburger e patatine e poi al teatro?

– Non lo so. Forse preferirei una bella pizza e quattro salti in qualche discoteca – Disse, questa volta ridendo.

In quel mentre entrò nella sala il padrone di casa.

– Scusate se mi intrometto nei vostri discorsi, ma un suggerimento per voi io lo avrei. Aspettate una mezz’ora e potrete mangiare con noi, per questa sera siete nostri ospiti, sempre che la nostra cucina sia di vostro gradimento.

Immediatamente con Nora scambiamo uno sguardo d’assenso e rispondemmo di si all’offerta.

Il veleno della mia adolescenza. Non so se ne sono guarito. Posseggo e uso ancora i doni più anelati. Ma la sera quando spengo il lume per consegnarmi alle tenebre, spesso mi accorgo che sulla lavagna non ho scritto nulla.

Finalmente a tavola dunque. Per tutta la giornata il pensiero del cibo non mi aveva neanche minimamente sfiorato, e complice la grossa colazione del mattino, il mio stomaco si era messo temporaneamente a riposo.

Staccata la spina che lo metteva in comunicazione con il cervello, aveva cessato di mandare impulsi d’appetito. Forse la mia materia grigia, troppo impegnata in quel diluvio di stimolazioni che mi aveva colpito, aveva deciso che le richieste di alimenti potevano anche passare in secondo piano. Tutte le energie erano canalizzate per recepire quanto più potevo di quel che mi stava accadendo. La vita normalmente va al passo, monotona o prevedibile che sia. Ma talvolta e senza preavviso accelera, anzi corre al galoppo. E quel giorno il ritmo era da maratona. Intanto il maltempo sembrava essersi sfogato. Come lacerata in mille pezzi da una immensa sciabola, la cappa di nubi nere lasciava ora trasparire fra un ritaglio e l’altro la visione di una stella, che tremante lume della notte annunciava la fine delle ostilità. Un ultimo tuono, ma dal rombo moderato, come quello del ringhiare di un cane stanco, si udì prima di perdersi a largo, dove il mare e il cielo si fanno tenebra.

– 4 –

La cena non fu’ nulla di memorabile: nessun piatto superava la sufficienza. Nemmeno il coniglio selvatico in salsa di mele, che già avevo gustato in altre parti d’Irlanda sembrava aver sapore. Solo la fame, e il maltempo potevano farci accettare (a denti stretti) la cucina dei nostri temporanei padroni di casa. Tutto il tempo trascorso a tavola, sfilò via veloce e senza lasciar traccia nei nostri pensieri, così come scorrono veloci le chiacchiere morte che, si fanno a tavola con gli avventori sconosciuti, per esorcizzare il disagio.

Il maltempo continuava ad imperversare sull’isola, e noi pavidi astronauti incapsulati nella nostra casa-navicella ai margini dell’oceano, continuavamo a seguire lo spettacolo della natura infuriata dalla finestra, come fosse una qualsiasi partita di calcio in televisione. Forse captato il qualcosa che stava succedendo tra me e Nora, subito dopo la fine della cena, i padroni di casa si ritirarono diplomaticamente in cucina, dandoci la buonanotte. Così ci ritrovammo di nuovo soli nella sala ad “ammirare” il vento e la pioggia che non accennavano a placarsi.

– Sediamoci sul divano vicino al caminetto, da lì si vede quel che succede fuori, ti va? – disse Nora sorridendomi.

– Certo che mi va –

Così tutti e due andammo ad accomodarci sul sofà per assistere al seguito del grande spettacolo, che Giove pluvio, o chi per lui, aveva deciso di offrirci come punizione per il nostro ardire nel visitare l’isola in inverno.

Lampi, tuoni. Squarci di luce brillante nel buio. Luce che pareva inghiottire ogni cosa, per poi ripiombare nelle tenebre. Il mare: scuro, mosso e schiumoso che tenta di inghiottire la terra. Abissale nella sua vanità di sottomettere l’isola. Perfido e mascalzone nello schiaffeggiarla senza tregua.

– Ho voglia di rilassarmi. Ti andrebbe di coccolarmi? – mi disse Nora con la faccia seria.

Una smorfia di sorpresa si stampò sul mio volto.

Cosa intendi tu per coccole? – Fu’ la mia risposta.

– Coccole! Tenerezze, carezze, tenermi la mano…. su, non fare lo stupido, non avrai forse paura di farmi una carezza. Non ti ho mica chiesto di fare un figlio insieme. Forse non ti piacciono le coccole? Oppure dobbiamo ancora continuare ancora con la telecronaca?

Non risposi. Tentai di abbozzare un sorriso. La cosa mi lasciava perplesso. Non mi riusciva di comprendere fino a dove Nora voleva spingersi. Ormai eravamo arrivati alla nostra fermata. Ma nonostante fossi consapevole di quello che stava accadendo, quella richiesta così diretta, ingenua, in qualche modo mi stupì. Sapevo che i giochi erano fatti, e non potevo tirarmi indietro. Ma inconsciamente, ne avevo un’inutile paura. Ma per non tradire ancora il nostro patto di abolire il pensiero le chiesi:

– Ma ne sei proprio sicura?

– Stupido. Non ho voglia di carezze. Ho voglia delle tue carezze. – Disse lei calcando le sillabe, come a sottolineare il pensiero.

– E invece stai a chiederti che voglio e doveandiamo. Ho solo voglia che mi stia vicino. Hai forse paura di questo?

Ed ora eccomela davanti. Oggetto di desiderio agognato, ma non richiesto, almeno così presto. Una cascata di capelli, un’anima di una dolcezza insperata o quasi. Nora, vicino a me, tutta presa nell’impresa inutile di raccontare in silenzio un qualcosa che vuole a tutti i costi somigliare ad una passione. Il racconto di un qualcosa d’impalpabile, fatto dal suo sorriso. Un qualcosa che scoppia inatteso, non cercato, ma meravigliosamente subito da entrambi. Tutte le passioni sono incomprensibili, futili, meravigliose e un pò strambe.

Eppure con il senno di poi, sono proprio le passioni “strambe”, quelle piu’ spirituali.

Nora, persa fra le mie braccia. Con il sorriso accennato, e gli occhi timidi da cerbiatta in fuga. Abbracciandomi, scuoteva felice i riccioli biondi, piu’ grandi del suo viso. Le mie mani, parevano perdersi nel gran bosco dei suoi capelli. Scivolando sulle pieghe del divano, si accoccolò vicino a me, stringendomi una mano, con la testa persa fra le mie braccia.

– Perchè proprio ora? – le chiesi.

– Carpe diem, cogli l’attimo – mi rispose, stringendomi la mano.

Mi bastava.

Nel preciso istante che vincendo la mia ritrosia, la cinsi delicatamente con il mio braccio, mi colpì la sua mescolanza d’ingenuità e candore nel lasciarsi andare. Era un qualcosa di ancor piu’ sincero, ma molto di piu’, dell’assurdo gioco che stavamo conducendo. Il suo lasciarsi, era diverso dal semplice giocare un sentimento a carte scoperte.

In quel momento Nora mi pareva essere la donna più bella mai vista. Ogni parte del suo viso mi sembrava così esatta da farmi dubitare che la natura, e non un abile chirurgo potesse aver fatto un simile lavoro. Anche il suo profilo, che fino a poco prima mi era sembrato un poco aguzzo, ora mi sembrava meraviglioso. Finanche le piccole grinze a lato degli occhi che sfumavano minute fin verso l’attacco dei capelli, mi piacevano.

Intanto fuori il padreterno o chi per lui, sfogava la sua ira, bersagliando l’isola con un’altra abbondante razione di tuoni e fulmini. Invece noi, naufraghi nostro malgrado, nella nostra zattera eravamo felici di seguire le schermaglie dei fulmini con l’acqua, del vento contro la terra, degli elementi l’uno contro l’altro armati. Comodamente accoccolati su di un divano, a scambiarci tenerezze.

Coccolarla come una bambina. Una bambina che impaurita dai tuoni, corre fra le braccia della mamma. Intanto parlavamo, parlavamo di noi, delle nostre esperienze, delle nostre speranze. Forse tutte le chiacchiere che avevamo fatto da quando ci eravamo conosciuti, non ci erano abbastanza. Volevamo sapere di piu’. Troppo veloce era stato quel che ci era capitato per potercene rendere conto. Forse inconsapevolmente cercavamo una ragione per comprendere, se mai c’era… O forse semplicemente, avevamo molte cose da dirci.

Nora. Ancora fra le mie braccia, in silenzio. Potevo finalmente guardarla, odorarla, toccarla, abbracciarla, stringerla a me. Quell’oggetto d’inaspettato desiderio, che tanto mi aveva sconvolto era lì, nelle mie braccia.

Anche lei mi abbracciava e mi coccolava, certo. Ma mi sembrava che le sue carezze, fossero come quelle di un bambino che carezza la mamma solo quel poco che basta per farla contenta e per non farla andare. Così anche Nora sembrava che mi coccolasse quel quanto bastava, per non farmi andar via.

Certo, mi carezzava e mi stringeva dolcemente la mano, calcando di tanto in tanto la stretta come per assicurarmi che lei era sempre là. Ma per me, improvvisamente avido di dolcezza, non era abbastanza. Avevo l’impressione, che forse per pigrizia o forse per gioco, preferisse esser lei ad esser coccolata.

Il caminetto, di fianco al nostro divano, ardeva allegro, col suo bel focherello di torba tanto bello a vedere, ma avaro in realtà di calore. Nel frattempo Giove pluvio, forse innervosito dal disinteresse dei piu’ per i suoi sforzi, continuava con il suo ciclone. Noi eravamo ancora lì, per nulla spaventati dall’ira degli elementi della natura. Anzi, in qualche modo dovevamo qualcosa a tutto quel putiferio. E così ringraziavamo quasi l’onnipotente, per il suo malumore, che ci aveva costretto ad incontrarci alla periferia del mondo.

Erano oramai passate un paio d’ore e continuavamo ancora con le chiacchiere e le coccole. Sembrava quasi che le cose che volevamo dirci e le carezze che volevamo darci, non finissero mai. Avevamo scoperto d’aver avuto entrambi in qualche modo avuto piu’ vite in qualche modo parallele. Vite lontane, remote e sconosciute l’un l’altra fino a quel momento. Sembrava che noi non avessimo vissuto altro che nell’inconscia attesa di incontrarci, per poi raccontarci tutto di noi, senza remore e senza tabù.

Così quando Nora s’addormentò, non me ne accorsi. Perso nel mio entusiasmo, d’averla finalmente trovata, continuavo a parlarle, a raccontarle felice le mie favole di vite vissute. Ma quando i suoi occhi chiusi mi insospettirono, mi chinai su di lei, e udii il filo del suo respiro sulle labbra semiaperte. Mi si era addormentata dolcemente in braccio, stringendomi la mano, e il mio ventre era il suo improvvisato cuscino. Fu’ in quell’attimo, che guardandola, mi accorsi che avevo conformato il mio respiro al suo, come un soldato in parata, conforma il suo passo al ritmo della banda. Mi venne da ridere; lei, che aveva fatto di tutto ed era sopravvissuta a tante avventure. Lei che era sopravvissuta da sola nel deserto australiano per una settimana, si era addormentata nelle mie braccia come una bambina.

La notte è lunga. Guardo le gocce d’acqua che rapide scorrono giu’ per il vetro. Non cadono dritte, ma sembrano formiche, che persa la strada di casa, vagano senza meta, aspettando invano il segnale di qualcuna di loro, piu’ coraggiosa nel provare altri percorsi. Come quel momento non somigliava al passato! Come quel momento mi sembrava un sogno. Un sogno così reale, fino al punto di farmi credere d’essere proprio in un sogno, e che al prossimo tuono, mi sarei svegliato nel mio letto con un pugno di mosche in mano.

Pensavo…. in fondo ci ho guadagnato un intermezzo. Adesso passerò tutta la notte con lei… Ma è fin troppo evidente! Quella barca, quella tazza di te, l’isola….era tutto premeditato. Solo che sono stanco di pormi domande, di rifugiarmi nel passato, di allineare i fatti come fossero soldatini di piombo al mio servizio. Perso nei miei pensieri, posavo gli occhi su di lei. Solo allora mi accorsi che era bellissimo poterla osservare, senza il timore (il piacere forse?) di incrociare il suo sguardo, e di doverle dimostrare la mia felicità con gli occhi. L’elegante magnificenza di un altro essere umano.

La felicita’ dunque. Che fosse cosi’ semplice? Ma cosa importa se non e’ la stessa che sognavo, agognavo, volevo che fosse. Ma che significa ha tutto questo, se non si sogna?

Di soppiatto o quasi, la guardavo respirare. Osservavo furtivo le palpebre dolcemente chiuse, immaginando i suoi sogni. Vagavo con gli occhi fra i bei capelli persi tra le mie gambe e il poggiolo del divano. Ora che mi si era addormentata fra le braccia, non sapevo bene cosa fare. Svegliarla, per poi portarla nel suo letto a dormire? O continuare a cullarla fra le mie braccia? Da egoista ingordo d’affetto, scelsi la seconda ipotesi. Anche se probabilmente mi si prospettava una lunga notte di veglia, ritenendomi, per esperienza, incapace di dormire fuori da un letto, di qualsiasi specie esso sia. Ma il cullarla fra le braccia, era un qualcosa di troppo bello, per poterlo barattare con una notte di sonno. In cuor mio speravo che non si svegliasse. Volevo trascorrere tutta la notte con lei. Intanto continuava a dormire, dolcemente, con un’espressione da bimba felice, tenendomi stretta la mano. E io, per paura che qualche movimento potessi svegliarla, me ne rimanevo lì, immobile a guardarla.

Intanto il povero fuoco di torba, s’andava lentamente esaurendo. Povera torba! Combustibile povero per gente povera. Fiamma senza grande gloria. Terra che brucia. Terra che vuole imitare il carbone. Una fiammata, un pò di calore, molta luce ed è tutto finito. Era circa mezzanotte, e nella sala la temperatura stava scendendo. Quand’ecco che un’ombra furtiva spunta alle mie spalle: era il padrone di casa. In punta di piedi, quatto quatto come un gatto, armato di un’enorme busta con dentro i blocchetti di torba, si avvicina in silenzio al caminetto ormai quasi spento. Facendomi con il dito dinanzi al naso il gesto di restare in silenzio, inizia a ravvivare il fuoco e a sistemare con abilità un gran braciere. Poi sorridendomi mi sussurra nell’orecchio: basterà a tenervi al caldo per tutta la notte. Stai tranquillo, potete restare pure qui, e buona notte. Così in punta di piedi, com’era arrivato, si dileguò. Avevo anche trovato un’insperato alleato.

Non ricordo bene cosa poi ne fu’ di noi, e del caminetto, ma ad un certo punto, finalmente, il sonno mi sorprese.

Apro gli occhi. La luce grigia del primo mattino inonda le mie pupille. Guardo in alto, e mi rendo conto di aver passato la notte in salotto. Stropicciandomi gli occhi, un’altra visione mi sorprende. Ero adesso io ad essere nelle braccia di Nora che ignara che io fossi sveglio, mi cullava come un bambino tenendomi una mano sui capelli. Per gioco o per malizia richiusi gli occhi. Ma Nora si accorse del mio risveglio e smise di cullarmi. Aprii ancora gli occhi, e vidi il suo sorriso sopra la mia testa. Poi, avvicinando dolcemente la sua testa al mio viso, mi baciò sulla fronte.

– Buongiorno – mi sussurrò nell’orecchio.

Non le risposi, ma continuai a guardarla. Ero ancora troppo scombussolato per l’insolito risveglio, e non mi riusciva ancora di capire cosa stava accadendo. Poi si chinò di nuovo su di me, e questa volta mi baciò sulle labbra.

Un bacio lieve, pulito, casto forse. Fu’ solo allora, nel sentire il caldo delle sue labbra sulle mie, e l’odore secco della sua pelle, che iniziai a comprendere quello che stava succedendo. Un istante. Un istante per un risveglio, che volava al mio fianco e che trascorreva lento. Solo allora, come colpito da un fulmine, iniziai a contraccambiare quel bacio. Mi sentivo come il ranocchio delle favole, ma indegno di tanta attenzione, perchè mai mi sarei potuto tramutare in principe. Un bacio dolcissimo, lungo. Un bacio atteso, il primo bacio. Per tutta la sera ci eravamo scambiati tenerezze, ma nessuno dei due aveva baciato l’altro. Una voluta dimenticanza forse?

Il bacio, il bacio come sigillo di qualcosa. Invece noi, forse per timore, forse perchè semplicemente non ci avevamo pensato, non ci eravamo ancora baciati.

– 5 –

A questo punto la storia può prendere varie strade. Tutte in qualche modo scontate. Semplice: l’isola vicino all’oceano, i due rinchiusi come naufraghi. Si piacciono e dopo un poco finiscono anche a letto. Magari ci scappa pure il bel bambinetto concepito fra le chiare e pescose (?) acque del mare del Nord (Un futuro Capitan Findus?). I due decidono di non ricorrere ai “fabbricanti d’Angeli”, e si tengono il pupo, che come tutti quelli concepiti in situazioni insolite, ha due occhioni azzurri, un poco tristi. Lei (o lui) pianta tutto per raggiungere l’altro, e a dispetto di tutto vivono felici e contenti.

Oppure: con una scena degna del miglior Casablanca cinematografico, dopo una notte d’amore uno dei due parte, salutando in lacrime l’altro sulla banchina del porto per poi non rivedersi piu’. No, non e’ cosi’. Troppo improbabile, scontato. Mio malcapitato lettore, perdonami ancora se ti tedio con le mie chiacchiere, ma forse vale la pena di seguire…

Nora vicino a me. Il risveglio più dolce che potevo immaginare. Guardai l’orologio, erano le sette e trenta. Alzandomi rattrappito per la notte passata sul divano, scrutai dalla finestra. A prima vista la tempesta non sembrava essersi placata. Rialzandomi vidi che Nora si era già cambiata d’abito. Ora indossava un pantalone di velluto verde a coste, e una maglia dolcevita molto aderente che metteva bene in evidenza le sue forme. Evidentemente durante il mio sonno, era andata su’ in camera sua a mettersi qualcosa di pulito, e che mi piacesse un poco di piu’ dell’anonimo maglione che indossava fin dal primo momento che l’avevo vista

– Come ho dormito? – chiesi con voce assonnata.

– Come una pietra, anche se mi sembravi un’anima in pena. Ti giravi e rigiravi tanto. In un letto matrimoniale saresti infernale . Ma non ti svegliavi mai. Mi sa che dormire con te in un letto, non deve essere facile. Meglio il divano allora – mi disse ridendo.

– Tu invece mi sembravi una bimba. Tranquilla e quieta ti sei accoccolata vicino a me e sei caduta nel sonno. Beata te!

– Per me è facile dormire, dormo in ogni posto, anche per terra se necessario, ma questa volta ho dormito serena, distesa. E’ stata la tua presenza.

Nonostante il tuo nervosismo nei gesti e nel parlare, e la tua smania di non rimanere inattivo, la tua presenza mi rilassa. Qualcosa in te, oltre l’apparenza dei gesti, oltre le parole, emana calma. E’ strano: sei nervoso fuori e calmo dentro. Non riesci a stare fermo con le mani, giocherelli con ogni oggetto che ti capita a tiro, ma incredibilmente sei sempre a tuo agio con i tuoi pensieri; ti adegui ad ogni situazione. Non lo so spiegare, ma è come se per qualche misteriosa via, sono riuscita a collegarmi con i tuoi pensieri, ed a carpire la calma che hai dentro. Calma che vorrei rubarti un poco. Una calma che però fai poco per mostrare agli altri…

Non le risposi, ma questa volta fui io a prendere l’iniziativa, ed a baciarla. Questo bacio era diverso. Piu’ lungo, piu’ bello, piu’… Un bacio. Uno di quelli che esprimono tutto quello che non si è capaci di dire con le parole. Ma altro non ci serviva. Menzogna e amore, pigrizia e presunzione, passavano sopra impalpabili come nuvole. Mi studiavo, mi riflettevo negli occhi di Nora, e mi ritrovavo. Guardavo la mia faccia nella sua e mi ritrovavo…

– Lo sai che ci siamo dati solo due baci “seri”, piu’ uno di buongiorno…. – dissi tutto serio .

– Non contarli. Potevamo anche non darceli, e non sarebbe cambiato nulla. Non sono i baci il metro di quello che sento. Quello che ci sta accadendo, è qualcosa di troppo diverso perché possa misurare in baci. Troppo diverso da tutto. E’ tutto maledettamente incredibile.

E’ la trama di un film …. ma noi siamo qui in carne ed ossa…

E’ vero, hai ragione, ma ti voglio vicino, e non mi chiedo piu’ il perchè. Forse solo baciandoti, riesco ad entrare un poco in te. Riesco a valicare quel che c’è dietro i tuoi occhi…

– E’ un’allucinazione. Forse siamo entrambi vittime di un’allucinazione. Tutto questo che stiamo vivendo ha dell’incredibile. Ma non è assurdo perchè ci siamo incontrati e piaciuti. No, non è questo. Prova ad immaginare quante coppie al mondo si sono formate da ieri ad oggi. In quante altre isole nel mondo, altri due esseri umani di passaggio hanno deciso di fare un pò di strada assieme.

Noi per le statistiche, ammesso che ce ne siano, siamo una di quelle. Magari tante di queste coppie, hanno anche deciso di rimanere insieme per sposarsi. No, noi siamo diversi. Non siamo una coppia. Non lo saremo mai. Stiamo dando tutto noi stessi all’altro. Abbiamo aperto tutte le nostre porte, abbiamo giocato tutte le nostre carte. Non ci resta che essere. Essere e basta. In due, però. Siamo piu’ e meno di una coppia. Non siamo come gli altri, che forse ora si amano e domani faranno finta di sopportarsi, solo per il bene dei figli, o per indolente convenienza. E’ che noi siamo la stessa persona, forse. Forse esagero, ma mi pare che sia così. Credo che tu sia il mio doppio. Ma non perchè mi sei simile, tutt’altro. Sei tutto diverso da me, troppo diverso. Sei l’essere più lontano da me che potevo immaginare. Tra tanti al mondo, solo tu sei stato capace di comprendere su quale lunghezza d’onda viaggio. Anche tu, anche se diverso, viaggi sulla stessa mia onda. Certo, tra di noi vi è anche l’attrazione fisica, sarebbe inutile negarlo. Ma quello che ci chiama l’un l’altro è un feeling diverso. Non me lo so spiegare, ma so che tu pensi come me. E per favore non dirmi ancora che siamo in un film. Dei film, ne ho già piene le tasche.

– E cosa altro ti debbo dire…. mi basta quello che mi hai detto.

Avevo in qualche modo paura. Era come stare sotto l’effetto di una droga sconosciuta. Non capivo piu’ nulla. Ero partito per rimanere qualche giorno sull’isola. Per starmene per un po con me stesso, e invece mi ritrovavo nel bel mezzo di due tempeste: una meteorologica, che mi affascinava, ma da cui sapevo che prima o poi si usciva, ed un’altra dei sentimenti, dalla quale non avevo idea di come tirarmene fuori. Rimaneva il dubbio di cosa fare. Rinchiudersi o scappare era da vigliacchi, ma affrontare il mare dei sentimenti a forza nove era forse peggio. Tanto valeva continuare a navigare a vista, e assecondare gli avvenimenti. Forse solo così avrei avuto qualche possibilità di uscirne con le ossa non troppo rotte. Eravamo due vascelli nella tempesta. Inutile tentare di sfuggire al destino che forse era già scritto. Lei era come me, confusa e vittima degli avvenimenti. Però le invidiavo il suo maggior distacco, che sembrava palesare. La sua capacità di cogliere il momento in pieno, che non era la mia, in un certo modo mi stupiva. Sembrava vivere quel che stava accadendo, come un qualcosa al quale non ci si poteva opporre. Sì, ogni tanto sbottava, esplodeva, cercava un perchè, ma tutto sommato accettava di buon grado il fardello, che ci eravamo (forse) involontariamente caricato sulle spalle, senza porsi troppe domande.

Cosa fare? Continuare a giocare a carte scoperte: l’unica soluzione. Ma avevo ancora carte da giocare?

– E’ inutile che te lo dico, ma te lo ripeto: mi piaci, mi piace il tuo essere persona così come sei. Forse mi piace tutto di te, anche il tuo trucco. Se stamattina lo rifai come ieri… – le dissi sollevando la mia bocca dalla sua, dopo l’ennesimo bacio.

– Magari, dopo ti accontento. E’ la seconda volta che acconsento un tuo desiderio. Il signore desidera qualcos’altro?

– Te. Te solamente come sei adesso, anche senza scarpe e trucco. Soltanto te…

– Lo so, probabilmente lo sapevo fin dal primo attimo che ti ho visto.

– Anche io forse lo sapevo, ma avevo paura. Paura di sbagliare.

– Io invece desidero piu’ d’ogni altra cosa avere fra i piedi quel sognatore balordo che ficca il naso dappertutto, che vuole sapere tutto e che ha sempre qualcosa da dire…

– Ma quanto durerà tutto questo sogno?

– Non chiedertelo. Vivilo se puoi.

– Ci proverò.

Intanto erano quasi le otto e dovevamo decidere cosa fare della nostra giornata. Scartata subito l’ipotesi di ritornare sulla terraferma, (il battello sicuramente non sarebbe partito per il maltempo), avevamo da inventarci cosa fare per trascorrere la giornata sull’isola. O meglio: visto il tempo fuori dalla porta, cosa inventarci per stare dentro al B&B. Nora mi propose di aspettare fin dopo la colazione, per tentare una sortita al Pub. Non perchè le piacesse il posto, ma solo per cambiare aria. L’idea non mi solleticava troppo, ma certamente non potevamo rimanere per tutto il giorno abbracciati davanti una finestra, a contemplare il mare in tempesta.

Così in attesa della padrona di casa che ci avrebbe servito la colazione cosiddetta “Irlandese”, diedi un ultimo bacio a Nora, e scappai un attimo su in camera, per cambiarmi d’abito e per sciacquarmi la faccia. Nel salire le scale, incrociai il padrone di casa. L’uomo aveva l’aria di essere sveglio già da un bel pezzo, almeno a giudicare dalla faccia rosea e di fresco sbarbata. Nell’augurarmi il buongiorno, mi strizzò ancora l’occhio, come la notte precedente, poi avvicinandosi all’orecchio mi sussurrò: – Per causa vostra, stamattina ho litigato con mia moglie. Lei non voleva per niente che vi aiutassi a stare al caldo stanotte. Lei, pensa che state dando scandalo. Neanche vi conoscete e già vi date da fare… così pensa – Ma io non sono per nulla d’accordo con lei, anzi. In quest’isola non succede mai niente di bello, niente di romantico. Tutto scorre noioso e piatto. E invece un bel giorno, due si innamorano a casa mia: mi fa piacere. Significa che l’isola non è morta del tutto, che vi è ancora spazio per la vita… – Mia moglie invece vive nella, e per la televisione. Vive di soap opera via satellite e psicofarmaci. Non ha null’altro da fare. E appena finite le sue poche faccende caserecce corre di fronte al video. Maledetto il giorno che ho fatto montare quella padella sul tetto. Per mia moglie voi date scandalo, ha detto che vi debbo buttare fuori.- Vi dovrei mandare da Tom O’Really, l’altro B&B. Secondo lei questa è una casa seria, e dato che noi siamo i piu’ ricchi allevatori di tutta l’isola, abbiamo da mantenere un buon nome, un decoro. la nostra casa non è un bordello, e io non debbo fare il ruffiano…

– Ma state tranquilli, state qui quanto vi pare. Anzi, ve lo dico in anticipo: siete miei ospiti per tutto. Non osate avvicinarvi con del denaro quando partirete. Voi due siete l’unica nota di luce, in questa casa che ogni giorno diventa piu’ buia. Maledetta la televisione, la chiesa forse non le bastava… E così dandomi una pacca sulla spalla, l’uomo si allontanò verso la cucina, probabilmente per prepararci la colazione, visto che la sua “gentile” consorte ci aveva dichiarato ufficialmente “indesiderati” per comportamento immorale…

Sù nella camera mi cambiai e mi rinfrescai, e invece di scendere subito per la colazione, decisi di stendermi sul letto, per tentare di raccogliere ed ordinare i miei pensieri. Ora che Nora era lontana dalla mia vista, potevo tentare di razionalizzare quel che mi stava accadendo. Ma più che di osservare il soffitto ed accendere e spegnere nervosamente il paralume di fianco al comodino, non ero capace di fare. Senza di quell’altro essere umano, che tanto mi mancava, mi sentivo perso. Ma dopotutto era a pochi metri da me, al piano di sotto, vicino, a portata di mano. Ma mi mancava, mi mancava… Possibile che qualcuno che fino a 48 ore prima neanche conoscevo, potesse ridurmi in quello stato? Come diavolo avrei fatto il momento che ci saremmo dovuti lasciare?

E così iniziai a fantasticare su come trasferirmi in California, per non doverla abbandonare. Ma no! Meglio tutti e due a Parigi. Parigi è piu’ bella, e poi lei mi ha detto che le piace. Potevo provare a trasferire il mio lavoro lì. Avrei imparato il francese, e non sarei rimasto lontano da Nora. Stupido. Mille volte stupido. Sapevo benissimo che una volta via da quell’isola, le carte si sarebbero per forza rimescolate Le nostre vite compiute o incompiute che erano, forse non si sarebbero rincontrate. Ma che futuro e futuro. L’unica maniera di vivere bene, è di vivere alla giornata. Non restava altro che tentare di vivere questa prigionia nel migliore dei modi, e di ringraziare il padreterno per tutto il bello che ci stava dando.

Dopo queste considerazioni, avevo timore a scendere giù per la colazione. Mi ero reso conto che desideravo Nora, che la desideravo più d’ogni altra cosa. Mi chiedevo come fino a quel momento, la mia vita potesse essere stata senza di lei. E proprio questo mi impauriva: possibile che, in così poco tempo avessi costruito nella mia mente un affetto che sembrava essere così grande?

Nel contempo avevo paura di legarmi troppo. Paura per il momento in cui mi sarei dovuto separare da lei, non paura per il presente. Mi venne allora in mente un libro di G.B. Shaw che avevo letto anni addietro: “Un Socialista asociale”. Narrava appunto di un uomo qualunque, che per il troppo voler bene ad una donna ne stava lontano. Aveva paura di rovinare con la sua presenza, quel puro e bel sentimento che fra i due si era creato. Era un’operina giovanile di Shaw, rifiutata al tempo da molti editori, pubblicata solo quando il grande commediografo era ormai famoso. Shaw aveva scritto di meglio, ma in questo caso la situazione mi si addiceva molto.

Scesi di sotto. Nora era già al tavolo, e in cucina il padrone di casa era già all’opera, friggendo bacon & salsicce. Sua moglie sembrava essersi volatilizzata. Evidentemente il boicottaggio nei nostri confronti era nei fatti, non solo nelle parole. Il tempo non accennava a migliorare. Pioggia, vento, tuoni e fulmini. La tempesta, iniziata improvvisamente la sera prima, sembrava non aver fine. Nell’attesa della colazione, iniziammo nuovamente a parlare. Ma non ci riusciva di discutere così’ liberamente, come avevamo fatto fino a poco prima. La presenza del padrone di casa, ci rendeva piu’ discreti. Nora probabilmente non sapeva ancora del boicottaggio causa “immoralità” che la signora ci aveva dichiarato. Comunque non mi pareva opportuno metterla al corrente di quello che il padrone di casa mi aveva raccontato, almeno finchè l’uomo fosse stato a portata d’udito, e con la possibilità che la moglie arrivasse da un momento all’altro.

Il disagio di non sentirci abbastanza liberi di esprimerci, com’era diventato nostro uso, ci intristiva un poco. Così limitammo la conversazione alle scontate considerazioni sul tempo, che vanno sempre bene per esorcizzare l’imbarazzo, quando non ci si sente a proprio agio. Eravamo ancora in attesa che il nostro breakfast fosse pronto, quando misteriosamente sbucò dalla cucina la padrona di casa. Senza dire una parola, ma sorridendoci, quasi a mostrare i suoi due incisivi d’oro, la donna iniziò a pulire con aria distratta un orribile vaso finto-cinese, che faceva bella mostra di se, su un ancor piu’ orribile tavolinetto al fianco della porta che metteva in comunicazione la sala con la cucina. Nelle sue mosse era evidente l’intenzione di spiarci, forse per metterci a disagio. La presunta ed accurata pulizia del vaso andava avanti da due minuti. Un tempo interminabile quando nell’aria vi è tensione.

Fu’ allora che Nora, sorprendendomi, si alzò dal suo posto. Aggirando il tavolo mi si avvicinò, e iniziò a baciarmi. Un bacio: un bacio come provocazione verso la donna. Un bacio che io ricambiai con slancio. L’idea di mettere in difficoltà quella donna, che pareva non sopportare l’idea che due perfetti sconosciuti, si fossero piaciuti e poi si baciassero sotto il suo tetto, mi eccitava. Così il bacio si protrasse per un bel pò. Nora era seduta sulle mie ginocchia in precario equilibrio, e mi baciava in maniera sfrontata e provocatoria. Io contraccambiavo con pari ardore, badando bene a sottolineare il momento con mille mosse come mai le avevo fatte in vita mia. L’intento era di far scappare la donna. Così dopo un pò, con un’ultima smorfia, non so se disgustata o rabbiosa, gettò la spugna. Girò i tacchi, e salì le scale che portavano al piano di sopra. Ma fu’ solo che nel momento in cui la donna chiuse alle sue spalle con gran fragore una porta, che, con qualche rimpianto forse, terminammo il nostro show improvvisato. Sorridendoci, alzammo i pollici in segno di vittoria.

Nora ritornò al suo posto e nello stesso momento arrivò il padrone di casa, con i vassoi fumanti contenenti le nostre due colazioni. L’uomo, servendoci sorrise con complicità. Poi a bassa voce ci disse: – avete fatto bene, siete stati bravissimi. Possibile che mia moglie rifiuti di capire una cosa così semplice e bella: vi siete piaciuti, e non fate nulla per mascherarlo. Stop. Ma è possibile che non capisca una cosa così bella? Possibile che non voglia che in questa casa entri un pò di luce?- Dicendo queste ultime parole il volto dell’uomo si rabbuiò. Era evidente, che i rapporti con la moglie non dovevano essere dei migliori.

Consumammo la colazione in silenzio. La sceneggiata di poco prima ci aveva messo di buonumore. Fosse stato per me, l’avrei continuata per un altro pò. Ma avevamo ancora tempo davanti a noi. Ora ci sentivamo piu’ forti, ancora piu’ uniti. Avevamo avuto la prova che non avevamo bisogno di parole per capirci. Potevamo contare anche sul padrone di casa, che ci aveva “adottati”, andando contro il volere di sua moglie.

Alla fine della colazione, mentre ci alzavamo da tavola, Nora mi si avvicinò all’orecchio e mi disse : il signore, mentre tu eri di sopra, mi ha spiegato tutto. Mi ha anche parlato di com’è ridotta mentalmente la moglie. Non ha quasi più contatti con il resto della popolazione dell’isola, crede di essere una signora in mezzo agli zoticoni. Per il marito la vita deve essere uno strazio. La poverina vive solo di televisione, chiesa e psicofarmaci. La sua personalità, le si è avvitata intorno. Ma nonostante tutto, lui le vuole ancora un gran bene e mestamente la sopporta, nella speranza che qualche giorno, la donna si liberi dalle sue manie.

– La solitudine, se non si è preparati può uccidere. Povera donna, non credo che rimanere chiusa in casa in un’isola sia una buona medicina. – questo fu’ il mio unico commento.

– 6 –

Il vento non era solo vento, di più. Una tempesta, un qualcosa di terribile che non avevo mai visto. Erano dodici ore che andava avanti così. Sembrava che gli elementi, infuriati per una qualche ragione a me sconosciuta, avessero deciso di sradicare l’isola dall’oceano, per scaraventarla chissà dove.

Intimiditi da tanta violenza, dalle finestre sbirciavamo quel che fuori avveniva. Il paesaggio era desolante. Così con il naso attaccato al vetro, restammo ancora per un poco a discutere se uscire o no. Poi con coraggio, o forse con imprudenza, si decise di sfidare l’ira degli elementi, e di mettere il naso fuori dalla nostra “prigione”. Sul ciglio della porta, m’attardai un poco a sorridere. Strano, io non sorrido quasi mai. Ma quel giorno, era un giorno forse speciale. Non avevo fretta, sapevo che mi attendeva una giornata piena, forse. Un’altra di quelle rare giornate che non sarebbe passata inutile, come le mille e più che tutti noi buttiamo via, tra le piccole faccende del vivere quotidiano, e i difficili equilibri di un civil consesso sempre più esigente e lunatico allo stesso tempo.

Bardati nelle nostre vistose giacche a vento, che stonavano con il grigio dell’ambiente circostante, coraggiosamente varcammo il Rubicone che era diventato per noi la porta della casa. Timorosi aprimmo l’uscio, ed ecco che una folata di vento per poco non ci manda in terra. Bella accoglienza Clare Island! Bel buongiorno! La pioggia fitta, l’aria odorosa di salsedine, e la terra bagnata erano un tormento per le narici, abituatesi nella notte al sottile e delicato aroma di torba bruciata proveniente dal caminetto. Facendoci coraggio, e tenendoci per mano come due scolaretti, ci avviammo lungo il sentiero che collegava la casa con l’unica strada che girava per le poche abitazioni nei dintorni. Il rumore del vento era insopportabile. Un cupo ululato che copriva tutto. Il silenzio che tanto avevamo apprezzato nel nostro peregrinare del giorno precedente, era solo un ricordo.